Alla fine del 2025 è stato pubblicato da Wagenbach il libro Das System Netanjahu (Il sistema Netanyahu) di Joseph Croitoru. Inizialmente non si era trovato alcuna casa editrice in Germania, evidentemente una conseguenza della »ragione di Stato« tedesca. (Nel frattempo la Bundeszentrale für politische Bildung ha pubblicato il libro al prezzo di 5 Euro)
L’autore scrive in modo sobrio, storicamente accurato, privo di ideologie e senza toni accesi; non utilizza termini controversi come »genocidi«» o »sterminio«. Ciò risulta più incisivo di molte prese di posizione clamorose
Nell’introduzione, Croitoru presenta tre elementi del »Sistema Netanyahu«: »la massima secondo cui i territori conquistati con la guerra in linea di principio non devono essere ceduti«, la diffamazione dei suoi avversari attraverso accuse di antisemitismo e paragoni con i nazisti, »l’influenza e la manipolazione dei media« in Israele e negli Stati Uniti.
L’intero »sistema« emerge chiaramente nei capitoli strutturati in ordine cronologico: Dal punto di vista ideologico, Netanyahu segue le orme di suo padre, un funzionario dell’ala di Jabotinsky, il »sionismo revisionista«, che dopo il 1948 rivendicò l’intero territorio dell’ex Mandato della Palestina, ovvero la Transgiordania, separatasi nel 1921, e le zone su entrambe le sponde del Giordano. Solo così »Eretz Israel« avrebbe potuto diventare la patria nazionale degli ebrei, come spiegava Jabotinsky nel suo saggio Il muro di ferro del 1923. La sua metafora di un »muro di ferro fatto di baionette ebraiche«, che doveva essere eretto tra arabi ed ebrei, caratterizza la politica di Netanyahu nei confronti della popolazione palestinese. (per approfondimenti vedi Wikipedia su Jabotinsky)
Dopo la morte di Jabotinsky, l’ala a lui ispirata si integrò nel partito Cherut, fondato da Menachem Begin nel 1948. Quando all’epoca Begin cercava finanziatori per il suo nuovo partito negli Stati Uniti, Arendt, Einstein e altri in una lettera aperta pubblicata sul New York Times lo definirono »fascista e terroristico« . A metà degli anni ’80 Netanyahu viene già considerato dal partito Cherut, forza dominante all’interno del Likud, come il »principe del blocco del Likud«. Likud significa »unione«; il partito nacque da un’alleanza costituita nel 1973, che nel 1988 si trasformò nel partito Likud.
Già da studente, Netanyahu è attivo negli Stati Uniti come »attivista israeliano di destra« (p. 19), che si oppone con veemenza allo Stato palestinese entro i confini del 1967 richiesto dall’ONU. La sua tesi di laurea »L’informatizzazione nel settore della stampa« preannuncia il suo successivo interesse per i media (vedi sotto »Hasbara«).
Nel 1976 suo fratello maggiore Jonathan (Joni) perde la vita durante l’operazione di liberazione degli ostaggi a Entebbe. Il culto dell’eroe Jonathan, che si sviluppa ben presto, procura alla famiglia Netanyahu, che lo promuove attivamente, una notevole visibilità mediatica. Netanyahu e suo padre ne approfittano per fondare un istituto di ricerca sul terrorismo intitolato a Jonathan, con il quale perseguono soprattutto obiettivi politici. Nel comitato consultivo dell’istituto figurano Golda Meir, Rabin, Peres, Begin e Sharon.
Negli Stati Uniti, padre e figlio Netanyahu raccolgono fondi e acquisiscono influenza grazie all’»American Friends of the Jonathan Institute«. Nel 1978 B. Netanyahu pubblica le lettere di Joni, che diventano letture scolastiche in Israele. Nel luglio 1979 si tiene a Gerusalemme il primo convegno dell’Istituto Jonathan sul tema del terrorismo internazionale, tra i 700 ospiti c’è G.W. Bush; sono presenti anche diversi tedeschi, tra cui Richard Löwenthal e Hans Josef Horchem, del servizio segreto interno, in qualità di relatori. Il padre Netanyahu parla degli »atteggiamenti genocidi« dei terroristi in Irlanda, in Libano e in Israele, definendoli »discendenti della filosofia nazista«. Gli eventi in Iran del 1979 rafforzano l’immagine della lotta del »mondo civilizzato« contro il terrorismo (p. 34 e segg.).
Dal 1982 al 1984 B. Netanyahu è viceambasciatore a Washington e si considera un »direttore dell’Hasbara« (Hasbara indica l’ »attività di comunicazione combattiva« volta a promuovere un’immagine positiva di Israele). Croitoru illustra, prendendo spunto da un discorso di A. Nasser pronunciato poco prima della Guerra dei Sei Giorni, come Netanyahu affronti questo compito: cita la frase di Nasser »E il nostro obiettivo principale sarà la distruzione di Israele« come prova di un generale »intento di annientamento« da parte araba. »Questa affermazione, tuttavia, è estrapolata dal contesto. Prima di pronunciare questa frase, Nasser aveva tuttavia avvertito che, se »Israele avesse intrapreso un’azione aggressiva contro la Siria o l’Egitto«, ciò avrebbe suscitato una risposta da parte araba sotto forma di una lotta su vasta scala. Il discorso di Nasser è permeato dalla convinzione che fosse necessaria una difesa araba comune contro il pericolo rappresentato da Israele in quanto stretto alleato degli Stati Uniti. La »distruzione« di Israele fa qui parte di una retorica bellica e non è espressione di una strategia di annientamento.» (p. 43)
Nel 1986 Netanyahu pubblica il volume Terrorism. How the West can Win in vista della seconda conferenza sul »terrorismo«, questa volta a Washington. Sebbene la sua tesi secondo cui la lotta al terrorismo sia »parte di una lotta molto più ampia tra le forze della civiltà e le forze della barbarie« susciti anche critiche, da quel momento in poi il discorso sul terrorismo è legato a questo libro e alle due conferenze. (p. 59)
Dal 1984 al 1988 Netanyahu è ambasciatore presso l’ONU. All’ONU ribatte ripetutamente alle critiche di vari Stati membri sulle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele con l’accusa di »antisemitismo«. Già il suo predecessore Blum aveva fatto ricorso a tale accusa, ma Netanyahu ne fa una strategia. In secondo luogo, argomenta contro la soluzione dei due Stati sostenendo che la Giordania sia già uno »Stato palestinese«. (p. 58)
Nel 1988 Netanyahu diventa viceministro degli Esteri per il partito Cherut. E dimostra intuizione per gli sviluppi interni a Israele. Opera consapevolmente nella periferia israeliana, anche nelle comunità sefardite, con il »cuore del messaggio revisionista«: nessuna rinuncia territoriale e rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti. Quando, dopo il 1990, gli Stati Uniti minacciano di congelare i dieci miliardi di dollari promessi per l’accoglienza dei migranti ebrei provenienti dall’ex Unione Sovietica, qualora non venisse limitata la costruzione di insediamenti, Netanyahu ribatte che Israele non tornerà mai ai confini del 1967, perché per il popolo ebraico quelli sono i »confini di Auschwitz«.
Nel 1993 Netanyahu diventa presidente del partito. In qualità di leader dell’opposizione, continua a recarsi negli Stati Uniti per raccogliere fondi. Nello stesso anno pubblica A Place Among the Nations. Israel and the World, che esce contemporaneamente a New York, Londra, in Canada e in Australia. Il libro ha lo scopo di sostenere il suo credo secondo cui l’intero territorio spetta esclusivamente al popolo ebraico. A Versailles, dopo la Prima guerra mondiale, le grandi potenze avrebbero garantito un territorio su entrambe le sponde del Giordano, ma gli inglesi avrebbero tradito il popolo ebraico quando avrebbero previsto solo un’area più piccola, lasciando la sponda orientale agli arabi. Nell’edizione ebraica del 1995 Netanyahu aggiunge un’introduzione in cui esprime un duro rifiuto del processo di Oslo, ovvero di qualsiasi cessione di territori (p. 85 e segg.). Nel 1995 il primo ministro israeliano Rabin viene ucciso a colpi di pistola dopo aver firmato Oslo II. Il libro successivo di Netanyahu, Fighting Terrorism. How Democracies Can Defeat Domestic and International Terrorists, pubblicato negli Stati Uniti e in Canada poco prima dell’attentato a Rabin, viene criticato negli Stati Uniti perché ritenuto di parte. In esso egli ribadisce le sue tesi sul terrorismo internazionale, questa volta sotto forma di »ascesa dell’Islam militante« guidato dall’Iran e del pericolo del »terrorismo nucleare«. Il processo di pace di Oslo rappresenterebbe una minaccia per l’esistenza di Israele.
Nel 1996, per la prima volta, con lo slogan »Netanyahu. È un bene per gli ebrei«, cerca apertamente di ottenere voti dal settore religiosamente osservante. Vince di misura le elezioni per la carica di primo ministro e forma la sua prima coalizione di governo. Dopo il fallimento della sua strategia, basata sul ritardo nell’attuazione degli accordi di Oslo e su interventi provocatori e/o falliti – come a Gerusalemme presso il Muro del Pianto e nell’operazione dei servizi segreti del 1999 ad Amman, in Giordania –, si dimette nel 1999.
Nel 2000 ha inizio la seconda Intifada, in parte scatenata da una provocazione di Sharon sul Monte del Tempio. Dal febbraio 2001 al 2005 Netanyahu ricopre, sotto Sharon, ora la carica di ministro degli Esteri, ora quella di ministro delle Finanze. Con lui rivaleggia per la linea più dura nei confronti dei palestinesi.
Dopo l’11 settembre 2001, Netanyahu, in qualità di »esperto di terrorismo«, torna ad essere un interlocutore molto richiesto negli Stati Uniti. All’interno del Likud, riprende a ricoprire un ruolo di primo piano solo dopo l’uscita di scena di Sharon e la fondazione da parte di quest’ultimo del partito Kadima. Nel 2009 gli viene affidato l’incarico di formare il governo, nonostante il Kadima avesse vinto con un margine minimo.
Da questo momento in poi »Re Bibi« rimarrà al potere e aggiornerà il suo sistema a doppio binario con un’ampia coalizione che va dal Partito Laburista fino alla destra. All’interno del proprio partito ha scavalcato tutti i rivali con ogni sorta di stratagemma e governa quasi incontrastato. Anche il rapporto con il principale alleato, gli Stati Uniti, lo gestisce »al di là dei confini di partito«. Nel suo primo mandato come capo del governo era riuscito a convincere il presidente statunitense Bill Clinton della lotta al terrorismo e a ottenere il suo consenso per l’ulteriore espansione degli insediamenti. Da gennaio 2009 è al potere un altro democratico, Barack Obama. Già prima del suo insediamento, Netanyahu rilascia un’intervista alla rivista statunitense The Atlantic. L’intervista viene pubblicata con il titolo: »Netanyahu a Obama: fermate l’Iran – altrimenti lo farò io«; nell’introduzione si spiega che il messaggio del primo ministro israeliano è inequivocabile: »Se l’amministrazione Obama non impedirà a Teheran di sviluppare armi nucleari, Israele potrebbe essere costretto ad attaccare«. (p. 162)
Nel 2011 Netanyahu riceve applausi e grida di esultanza alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti per la sua affermazione secondo cui i confini precedenti alla Guerra dei Sei Giorni non sarebbero difendibili. Di conseguenza, i progetti di insediamento vengono portati avanti; anche in Israele ciò viene apertamente definito come un ostacolo deliberato alla soluzione dei due Stati.
Nel novembre 2012 Netanyahu avvia l’»Operazione Roccia Solida«, che in 51 giorni costa la vita a 1200 militanti e 1400 civili tra i palestinesi, mentre in Israele muoiono 68 soldati e cinque civili. (p. 179).
Nel 2018 viene approvata la Legge sullo Stato-nazione. Per la prima volta, in un testo di legge viene sancito il carattere ebraico dello Stato di Israele. »La formulazione contenuta nel paragrafo 1 (›Principi fondamentali‹ ), ›(a) La Terra di Israele è la patria storica del popolo ebraico, in cui è sorto lo Stato di Israele‹ , nega così la pretesa dei palestinesi sulla terra, senza menzionarla. Infatti, l’espressione utilizzata »la Terra d’Israele« (in ebraico: Eretz Israel) si riferisce a un territorio che comprende quello del Mandato britannico – e proprio questo i palestinesi considerano la loro patria storica. La rivendicazione ebraica esclusiva su Eretz Israel viene ulteriormente precisata nei punti (b) e (c): Lo Stato di Israele è lo Stato nazionale del popolo ebraico, nel quale esso realizza il proprio diritto all’autodeterminazione – e di nessun altro: »La realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele spetta esclusivamente al popolo ebraico.« (p. 187)
Parallelamente, Netanyahu deve ancora una volta difendersi da diverse accuse di corruzione.
Dopo un’altra crisi di governo, nel 2022 viene formato il governo più a destra mai visto finora. Il penultimo capitolo, »Ritorno al potere con il sostegno dell’estrema destra«, è essenzialmente una rassegna commentata delle fonti relative ai tre sviluppi centrali verificatisi da allora: la formazione di un governo di estrema destra, le ampie proteste contro la riforma giudiziaria, l’escalation del conflitto con i palestinesi. A tal proposito, Croitoru cita in modo prominente la dichiarazione di 17 organizzazioni israeliane per i diritti umani del giugno 2023:
»I cambiamenti promossi dal 37° governo israeliano, anche se non saranno attuati integralmente, porteranno a una trasformazione irreversibile della Cisgiordania e consolideranno il controllo di Israele sulla popolazione palestinese e sui suoi beni nei territori palestinesi occupati. La politica del governo è portata avanti attraverso strumenti amministrativi, cambiamenti strutturali, riforme legislative e ingenti risorse di bilancio destinate alle esigenze dei coloni. […] Mentre tutti gli occhi sono puntati sulla Cisgiordania e su Gerusalemme Est, Gaza e la sua popolazione vengono in gran parte ignorate, e il suo isolamento dalla Cisgiordania e dal mondo esterno viene accettato come una realtà irrisolvibile. I palestinesi nella Striscia di Gaza continuano a vivere sull’orlo di una crisi umanitaria. La politica di annessione dell’attuale governo israeliano e il consolidamento di un regime di apartheid aggraveranno ulteriormente l’isolamento della Striscia di Gaza e la situazione intollerabile della sua popolazione.« (p. 208)
Croitoru documenta anche il confronto del governo con alcune frange dell’esercito, che parlano dell’intensificarsi della »resistenza armata palestinese contro l’occupazione« in parallelo all’espansione degli insediamenti e all’aumento della violenza dei coloni. Già alla fine di agosto dell’anno 2023, con 30 morti e circa 140 feriti, quest’anno era considerato l’anno più sanguinoso dallo scoppio dell’Intifada di Al-Aqsa – 176 morti e oltre 7.500 feriti sono da registrare sul versante palestinese. Dopo che nell’agosto 2023 un giovane palestinese è stato ucciso durante uno scontro in Cisgiordania e il ministro Ben-Gvir ha voluto conferire onorificenze per questo fatto, il portavoce militare Hagari ha avvertito: »Questo è terrorismo, non si può definire altrimenti. E affinché non ci siano dubbi, queste azioni spingono al terrorismo persone nell’Autonomia palestinese che non sono coinvolte nel terrorismo«.
Anche Ronen Bar, capo dello Shabak successivamente destituito, avrebbe inviato a Netanyahu, sempre nell’agosto 2023, un »avvertimento strategico«: »Il terrorismo ebraico alimenta il terrorismo palestinese e trascina nel circolo vizioso dell’omicidio molte persone che prima non ne facevano parte.« (p. 209)
Nel capitolo conclusivo 2023-2025, Il 7 ottobre e le conseguenze, Croitoru descrive gli omicidi e gli atti di violenza perpetrati da Hamas e da altre milizie (p. 217) e lo sviluppo della »campagna di sterminio« contro Hamas apertamente dichiarata da Netanyahu, una »seconda guerra d’indipendenza« contro il »laccio strangolante«, che ben presto prende di mira civili e infrastrutture civili (p. 222 e segg.).
Alla fine di ottobre 2023, Netanyahu dichiarò in una conferenza stampa: »Loro [i soldati israeliani] bramano di vendicare gli assassini per le atrocità che hanno commesso contro i nostri figli, le nostre donne, i nostri genitori e i nostri amici. Si sono impegnati a sradicare questo male dalla faccia della terra, per la nostra esistenza e, aggiungo, per il bene dell’intera umanità. L’intero popolo e i suoi leader sono al loro fianco e credono in loro. «Ricordati di ciò che Amalek ti ha fatto» (Deuteronomio 25,17). (…) Questa sarà una vittoria del bene sul male, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte. (…) Questa è la missione della nostra vita. Questa è anche la missione della mia vita«.
Masha Gessen ha spiegato nel suo saggio All’ombra dell’Olocausto, del dicembre 2023, che merita davvero di essere letto, il significato della leggenda biblica di Amalek, un popolo del deserto del Negev che combatté ripetutamente contro gli antichi Israeliti. La leggenda afferma che ogni generazione di ebrei deve affrontare il proprio Amalek. »Netanyahu ha fatto riferimento ad Amalek dopo l’attacco di Hamas. La logica di questa leggenda – secondo cui gli ebrei occupano un posto particolare nella storia e hanno un diritto esclusivo al ruolo di vittime – ha favorito la burocrazia anti-antisemitismo in Germania e l’alleanza scellerata tra Israele e l’estrema destra europea«.
Allo stesso tempo, Netanyahu vuole mettersi al riparo dalle critiche, mentre dopo il 7 ottobre in Israele si levano voci di critica contro le sue manovre con Hamas, ad esempio il fatto che per anni abbia fatto passare fondi dal Qatar ad Hamas. Ciò che aveva apertamente sostenuto in una riunione del Likud nel marzo 2019: »Chi vuole impedire la fondazione di uno Stato palestinese dovrebbe sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di fondi a Hamas. Fa parte della nostra strategia: separare i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Giudea e della Samaria« (p. 222).
Il capitolo si conclude con l’attacco aereo contro l’Iran nel giugno 2025. Con l’attacco aperto all’Iran, Netanyahu ha raggiunto un obiettivo perseguito per decenni, di cui ha cercato di convincere diversi presidenti degli Stati Uniti – così spiega Croitoru in un’intervista sul suo libro pubblicata sul settimanale svizzero WOZ del 19 marzo 2026 (»Sempre la stessa solfa«
Croitoru descrive indirettamente anche i cambiamenti in atto all’interno della società israeliana. L’ideologia dell’»ala di Jabotinsky« è oggi dominante, mentre i gruppi e le opinioni critiche vengono denunciati. Questo, insieme alla militarizzazione e alla guerra, diventa per molti un motivo per emigrare. I successi militari, accompagnati dalla continua repressione della popolazione palestinese, non riusciranno a »eliminare« né Hamas né Hezbollah, né, più in generale, la resistenza, e a livello internazionale Israele è sempre più isolato. Non sono pochi coloro che vedono nel sistema di Netanyahu una minaccia per Israele, quando invece da decenni questo sistema avrebbe dovuto legittimarlo.
Croitoru prende chiaramente posizione grazie alla sua ricchezza di informazioni e al lavoro di ricerca su materiali e fonti. Il suo libro su Netanyahu e quello del 2024 su Hamas rappresentano prese di posizione contro una guerra di sterminio impari tra un Israele espansionista e altamente armato e una resistenza palestinese guidata da un gruppo terroristico. Entrambi gli attori ostacolano l’autodeterminazione dei palestinesi. Croitoru fornisce gli strumenti: spetterebbe alle iniziative e ai movimenti politici renderli efficaci contro le guerre in corso.
Biografia
Joseph Croitoru, dottore in Storia, Studi ebraici e Storia dell’arte, dal 2005 ha analizzato la situazione in Medio Oriente in diversi libri.
vedi anche:
Michael Hesse, Joseph Croitoru su Benjamin Netanyahu: »Ha seguito fin da subito il consiglio: non scusarti mai« / Lo storico Joseph Croitoru sul sistema Netanyahu, lettere inedite degli anni ’70, le prime strategie di Hasbara e la diffamazione dei suoi avversari attraverso accuse di antisemitismo [Intervista], in: Frankfurter Rundschau del 30.1.2026